martedì 12 giugno 2007

IL BARONE MITOMANE E L'INFORMAZIONE "BUCA-DELLE-LETTERE". A REGGIO UN INFORTUNIO GIORNALISTICO MOSTRA COME SI LAVORA: SENZA VERIFICARE LE FONTI

La storia - che pare uscita da un film di Totò - comincia col barone Giuseppe Cordopatri in giro per le redazioni reggine. Vuole informare di un suo parente riconosciuto colpevole di averlo molestato e vuole far sapere di aver donato i 35 mila euro del risarcimento conseguente alla Fondazione Rita Levi Montalcini, per la costruzione di una casa famiglia per le ragazze madri in Somalia. Il racconto, sostenuto da foto e da un carteggio, esce il giorno dopo sui quotidiani: qui le due compassionevoli colonne in cronaca della Gazzetta del Sud.
Poteva finire qui, e invece qualcuno solleva dei dubbi, e, seppure in ritardo, una giornalista di Calabria Ora fa quello che avrebbe dovuto fare prima di pubblicare il pezzo: verifica la notizia. Un giro di telefonate per scoprire che era tutto una patacca.
Dei fini del bizzarro barone se ne occuperà forse la giustizia. A noi qui interessa osservare come abbia funzionato il news-making, ovvero come un falso sia divenuto una notizia. O, meglio, come in questo caso sia stata patentemente violata una delle regole portanti del giornalismo, la verifica delle fonti.
Perché si tratti di una regola fondamentale è semplice: una cosa non verificata potrebbe essere non vera. E chi ha il potere di riempire pagine che verranno lette da migliaia di persone, ha anche il dovere di distinguere il vero dal falso. Ma quante volte questo accade concretamente? Vediamo. Di fatto nelle redazioni i lanci delle agenzie, i comunicati ufficiali di carabinieri e polizia, e cose del genere vengono considerati fonti secondarie attendibili, e praticamente sempre vanno in pagina senza nessuna verifica. Una tendenza che se generalizzata produce l'idea che le verifiche, tout-court, siano superflue. Così quando arriva in redazione una persona conosciuta, con foto e lettere tali da apparire autentiche, a offrire testimonianza di un bel gesto, il redattore che lo incontra e ne raccoglie la storia non si lascia nemmeno sfiorare dal dubbio che prima di raccontarla a tutti bisognerebbe esserne davvero certi della sua veridicità, ovvero compiere le necessarie verifiche. Ecco il rischio che si corre ad adottare il principio, così diffuso tra le redazioni calabresi, della "buca-delle-lettere".

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